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I rapporti tra imposizione fiscale e libertà individuale nell´ordinamento italiano alla luce del dibattito sulla funzione redistributiva del tributo, i diritti proprietari e la libertà di iniziativa economica

Andrea Giovanardi

Contributo destinato a VELO DALBRENTA (a cura di), Imposizione fiscale e libertà. Sottrarre e ridistribuire risorse nella società contemporanea, Torino, in corso di pubblicazione.

La valorizzazione dei principi di solidarietà e di uguaglianza sostanziale ha dilatato la nozione di imposta oltre la dimensione prettamente fiscale, dando risalto alle funzioni promozionale e redistributiva e rendendo recessiva e subalterna, nel convincimento di molti studiosi, l’esigenza di tutelare i diritti proprietari e i diritti di iniziativa economica del singolo contribuente. L’uguaglianza sostanziale non è, tuttavia, garanzia di ragionevolezza del presupposto prescelto, non potendosi sostenere che forme di prelievo illogiche ed irrazionali diventino sensate e ragionevoli solo perché sia possibile confrontare, in modo obiettivo, le posizioni di coloro che ne siano destinatari.

PAROLE CHIAVE: capacità contributiva - funzione redistributiva - libertà individuale - iniziativa economica - diritti proprietari

The relations between taxation and individual freedom in the italian legal system in the light of the debate on the redistributive function of taxes, proprietary rights and freedom of economic initiative

The enhancement of the principles of solidarity and substantial equality has widened the notion of tax beyond a purely fiscal dimension, emphasising the promotional and redistributive functions and making recessive and subordinated, in the conviction of many scholars, the need to protect proprietary rights and the rights of economic initiative of the individual taxpayer. Substantial equality is not, however, a guarantee of reasonableness of the preselected fact subject to taxation, since it cannot be held that illogical and irrational forms of taxation become sensible and reasonable just because it is possible to compare, objectively, the taxpayers’ positions.

Keywords: ability-to-pay, redistributive function of tax, individual freedom, freedom of economic initiative, proprietary rights

Sommario:

1. Dalla ricerca dell’equilibrio nella formulazione della norma tributaria (nell’ottica della tutela della libertà individuale) al superamento della funzione esclusivamente fiscale del tributo - 2. I tributi influiscono negativamente sulla libertà individuale? Sulla funzione essenzialmente redistributiva delle imposte, strumenti funzionali al raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale, sempre più compromessa, in tesi, dal funzionamento dei meccanismi del mercato. La teorizzata ultima conseguenza: il prelievo fiscale potrebbe non essere commisurato alla disponibilità dei mezzi necessari a pagare l’imposta - 3. Segue: osservazioni critiche. Il carattere sostanzialmente astorico e fideistico delle teoriche ugualitaristiche. L’artificiosa distinzione tra due libertà, quella promanante dall’azione redistributiva dello stato, e quella di iniziativa economica derivante dallo sfruttamento dei diritti proprietari. L’irragionevo­lezza delle conclusioni raggiunte, che consegnano nei fatti i diritti proprietari e i diritti di iniziativa economica alla subalternità - 4. Dal confronto accademico sugli assetti della fiscalità, al dibattito politico, al comune sentire. L’attuale situazione dei rapporti tra imposizione fiscale e libertà individuale nell’ordinamento italiano: le principali criticità del sistema - 5. Considerazioni conclusive - NOTE


1. Dalla ricerca dell’equilibrio nella formulazione della norma tributaria (nell’ottica della tutela della libertà individuale) al superamento della funzione esclusivamente fiscale del tributo

Per inquadrare al meglio la questione occorre partire da quella che potrebbe sembrare un’ovvia considerazione: l’art. 53, comma 1, Cost. stabilisce che le imposte servono a garantire il concorso di “tutti” alle pubbliche spese, concorso che, tuttavia, deve essere parametrato alla capacità contributiva, sicché, se capacità contributiva non c’è, il singolo consociato è escluso dal dovere della contribuzione perché difetta il presupposto della stessa; parimenti, se due contribuenti hanno la medesima capacità contributiva, non dissimile dovrebbe essere la loro partecipazione al finanziamento dei carichi pubblici. Il canone sovraordinato su cui si impernia il diritto tributario sostanziale [1] richiede dunque l’equilibrio tra l’interesse fiscale all’ottenimento delle risorse necessarie alla vita e al funzionamento dello stato e il diritto del contribuente a non essere assoggettato a forme di prelievo arbitrarie, eccessive o irragionevoli, in quanto collegate ad indici di ricchezza fittizi o immaginari [2]. Tuttavia, mentre la regola del concorso generalizzato è chiarissima nella sua portata precettiva («tutti sono tenuti a concorrere alle pubbliche spese»), non altrettanto può dirsi per le indicazioni che promanano dall’«in ragione della loro capacità contributiva», tanto che, si rilevava fin dagli anni ’30 del secolo scorso, prima quindi che l’attuale formulazione del principio prendesse corpo nella Carta fondamentale, «dire che le imposte devono commisurarsi alla capacità contributiva è dire semplicemente che chi ha di più deve pagare di più di chi ha meno» [3]. Alla chiara formulazione del principio dell’obbligatorietà e della generalità della contribuzione (in una cornice che non è e non può essere quella della corrispettività, nel senso di sinallagmaticità, tra servizio ricevuto e somme corrisposte all’erario) si contrappone dunque un limite, quello della capacità contributiva, tutt’altro che consistente e obbligante. Non ci si può stupire, in queste condizioni, non solo del fatto che abbia facilmente prevalso la tesi che mira a leggere l’art. 53, comma 1, Cost. nel cono d’ombra del principio di solidarietà di cui all’art. 2 [continua ..]

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2. I tributi influiscono negativamente sulla libertà individuale? Sulla funzione essenzialmente redistributiva delle imposte, strumenti funzionali al raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale, sempre più compromessa, in tesi, dal funzionamento dei meccanismi del mercato. La teorizzata ultima conseguenza: il prelievo fiscale potrebbe non essere commisurato alla disponibilità dei mezzi necessari a pagare l’imposta

L’assunto secondo il quale l’imposizione fiscale influisce negativamente sulla libertà individuale è tutt’altro che acquisito al dibattito teorico, dato che non sono isolate le voci di coloro che ritengono, senza incertezze, che la fiscalità non solo non diminuisca gli spazi di libertà del singolo, ma contribuisca addirittura, ed in modo decisivo, a incrementarli [12]. Si è così di recente autorevolmente ribadito, con toni disvelanti e perentori, da uno dei più illustri filosofi del diritto italiani [13], la cui ricostruzione può assurgere senz’altro ad emblematico paradigma di un diffuso sentire, che: i)il principio di uguaglianza è il principio politico dal quale, direttamente o indirettamente, sono derivabili tutti gli altri principi e valori politici [14]; ii)il principio di uguaglianza nella sua accezione sostanziale o sociale, quella presidiata dall’art. 3, comma 2, Cost., è violato in modo massiccio, il che troverebbe conferma nelle sempre più inaccettabili e profonde disuguaglianze nelle condizioni materiali di vita delle persone, sia a livello nazionale che, tanto più, nel confronto tra paesi ricchi e paesi poveri [15]; iii)  le ragioni dell’esplosione delle disuguaglianze andrebbero ravvisate nell’impotenza della “politica”, dovuta «alla perdita della sua capacità di direzione e controllo sui mercati globali» [16], alla resa nei confronti delle dottrine liberiste [17], alla prevalenza della ragione economica («il cui unico criterio di razionalità è l’efficienza nello sviluppo economico e nella crescita della ricchezza … a vantaggio non di tutti ma di una piccola minoranza di ricchi») sulla «ragione politica consistente nella cura dell’interesse generale» e sulla «ragione giuridica, consistente nel progetto costituzionale dell’uguaglianza» [18]; iv)l’abdicazione della “politica” a favore dei “mercati” e la conseguente i­neffettività del principio di uguaglianza sostanziale determinano la crisi della democrazia (non vi potrebbe essere democrazia in un contesto di grandi disparità nelle condizioni materiali tra i consociati), la diminuzione del benessere collettivo («le disuguaglianze materiali [continua ..]

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3. Segue: osservazioni critiche. Il carattere sostanzialmente astorico e fideistico delle teoriche ugualitaristiche. L’artificiosa distinzione tra due libertà, quella promanante dall’azione redistributiva dello stato, e quella di iniziativa economica derivante dallo sfruttamento dei diritti proprietari. L’irragionevo­lezza delle conclusioni raggiunte, che consegnano nei fatti i diritti proprietari e i diritti di iniziativa economica alla subalternità

Traspaiono dalle ricordate teoriche, sostenute da veri e propri maestri della filosofia del diritto, del diritto civile, del diritto tributario, una vera e propria ossessione per l’uguaglianza sostanziale e un’evidente avversione per il mercato, meccanismo che con la sua crudeltà consentirebbe ai prepotenti di prevalere sui deboli e ai ricchi di diventare sempre più ricchi. Non è questa la sede, non se ne avrebbero nemmeno le competenze, per soffermarsi funditus sulla coerenza filosofica delle ricordate impostazioni. Non ci si può esimere, tuttavia, dal rilevare quanto segue. In primo luogo, sorprende l’estrema fiducia che i ricordati scrittori ripongono nelle capacità dello stato di rimuovere le disuguaglianze, la cui asserita e­splosione è considerata, lo si è visto, come l’effetto dell’eccessiva timidezza del­l’intervento pubblico, a sua volta conseguenza dell’affermata prevalenza del­l’ideologia neoliberista. Eppure, la spesa pubblica italiana, che è pari al 50% circa del PIL: i)non è senz’altro quella che sosterrebbe uno stato-guardiano notturno che si preoccupi principalmente della sicurezza dei suoi cittadini, della tutela della proprietà e di garantire la libertà economica; ii)è, in molte occasioni, tutt’altro che efficiente, concretizzandosi in sprechi e dissipazioni di risorse per attività fondamentalmente inutili. Insomma, ci si lamenta dei mercati e del neoliberismo a fronte di un assetto istituzionale in cui le spese dello stato e degli enti territoriali sono non solo molto consistenti, ma anche costantemente superiori alle entrate (e l’enorme debito pubblico da cui è gravato il sistema è lì a testimoniarlo), in un contesto che non è stato nemmeno sfiorato da esperienze di stampo thatcheriano o reaganiano. In secondo luogo, non si può non evidenziare che l’analisi delle complicatissime interrelazioni tra istituzioni in un mondo sempre più interconnesso è incredibilmente elementare: di qui il bene, lo stato redistributore, la solidarietà, i diritti sociali, dall’altra parte il male, i mercati, lo stato minimo e rinunciatario (che però non c’è), l’egoismo, i diritti proprietari. La complessità della modernità è ricondotta a [continua ..]

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4. Dal confronto accademico sugli assetti della fiscalità, al dibattito politico, al comune sentire. L’attuale situazione dei rapporti tra imposizione fiscale e libertà individuale nell’ordinamento italiano: le principali criticità del sistema

L’enfatizzazione dell’uguaglianza sostanziale, un’uguaglianza «soffocante o depauperante» [55], a scapito della libertà di iniziativa economica non è solo il lascito di un’importante parte dell’accademia. E invero, come si è correttamente rilevato, a commento della recente campagna elettorale, «chiedono tutti la stessa luna nel pozzo, seppure con tonalità distinte: nessuna riforma delle regole di funzionamento dell’apparato statale, aumento della spesa pubblica, aumento del controllo amministrativo e burocratico su economia e società, riduzioni fiscali ai gruppi sociali di riferimento finanziate da ulteriore debito, minor compliancecon le regole comunitarie, riduzione dell’apertura commerciale con l’estero, barriere all’immigrazione, maggiori pensioni …». E ancora: «tutto questo non succede per caso: succede perché la stragrande maggioranza degli italiani è convinta che queste, non altre, siano le politiche giuste. L’omogeneità culturale è ben superiore a quella politica ed è quasi asfissiante. Il problema è culturale, prima che politico» [56]. Ci sarebbe da stupirsi, quindi, se in questo contesto, in cui si attribuiscono, malgrado tutto, allo stato nazionale virtù taumaturgiche e salvifiche [57], gli assetti della fiscalità fossero diversi da quelli con cui conviviamo quotidianamente. Qui di seguito, quindi, si dà sintetico riassunto delle principali criticità di sistema. In primo luogo, l’elevatissima pressione fiscale (e contributiva) che, di certo, non contribuisce al contenimento dei fenomeni evasivi [58]. Le aliquote, lo sanno tutti, non sono certamente miti, e ciò vale soprattutto per l’IRPEF, che si attesta (art. 11, comma 1, TUIR) al 43% per i redditi superiori ai 75.000 euro (ma l’aliquota è già pari al 38% per i redditi superiori ad appena euro 28.000,00), cui vanno aggiunte le addizionali comunali e regionali laddove siano state introdotte. Più complicata la valutazione relativa al peso dell’imposta sui redditi delle società, il cui tasso, pari al 24% (art. 77 TUIR), si è notevolmente ridotto nel corso degli anni in conseguenza della corsa al ribasso delle aliquote sui redditi delle società cui si è [continua ..]

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5. Considerazioni conclusive

Si possono a questo punto tirare le fila del discorso. L’analisi, per quanto rapida, degli attuali assetti della fiscalità, che ben si spiegano nel contesto culturale di cui si è dato conto, costituisce la più tangibile dimostrazione della fallacia delle tesi su cui ci siamo soffermati. E invero, cosa dovrebbe chiedere uno stato ai suoi cittadini di più di quello che già sta chiedendo (oltre la metà del reddito prodotto dalle imprese)? A quanto dovrebbero schizzare le aliquote di imposta? Quali sono i presupposti, quand’anche completamente slegati dal mercato, a disposizione dello stato impositore? Si può continuare a discettare di prelievi senza mai sottoporre a un serio vaglio critico quantità e qualità della spesa pubblica? La verità è quindi un’altra: come ha notato un chiaro Autore, è lo stato, sempre più pervasivo, che ha vinto ed è il liberalismo classico che ha perso [72]. A dimostrazione di ciò l’incredibile docilità di larghi strati della popolazione che, animati da una vera e propria fede nello stato, invece di confrontare quanto viene chiesto con quanto viene dato, continuano, malgrado il discredito che sempre più colpisce i politici che si avvicendano al potere, a ipotizzare nuovi e salvifici interventi che incrementino la spesa, allarghino il perimetro degli apparati, imbriglino sempre di più le energie individuali allo scopo di governare dall’alto i processi di produzione e distribuzione della ricchezza. Un problema tuttavia c’è, e non è solo italiano. Lo stato che si appropria di più della metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini (e che quindi realizza l’intento del ceto politico-burocratico che governa le società) non riesce a rimuovere gli ostacoli al raggiungimento del più elevato grado di uguaglianza possibile tra i consociati. Anzi, le disuguaglianze aumentano, così come lo smarrimento degli studiosi che, non riuscendo ad individuare strade realmente percorribili, si rifugiano dietro logori schemi secondo i quali l’esplosione delle disuguaglianze, in un contesto in cui migliorano le condizioni generali della popolazione mondiale [73], deriverebbe dalla prepotenza delle multinazionali, dall’egoismo degli imprenditori, dal dispiegarsi degli [continua ..]

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NOTE

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