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Un'eccezione all'armonizzazione delle basi imponibili fiscale e previdenziale: la controversa adozione della retribuzione convenzionale per determinare l'imponibile previdenziale in tutti i casi di mobilità all'estero del lavoratore

Carla Lollio

La Cassazione ritorna sulla questione dell’applicabilità della retribuzione convenzionale prevista dall’art. 4, comma 1, D.L. 31 luglio 1987, n. 317, in tutti i casi di mobilità all’estero del lavoratore. La controversia riguarda un caso di assegnazione temporanea del lavoratore all’estero in un paese membro dell’Unione Europea, la Francia. Così come nei precedenti interventi, la Corte esclude che, in caso di mobilità estera del lavoratore, in materia previdenziale, così come in materia fiscale, al ricorrere dei requisiti attualmente previsti dall’art. 51, comma 8 bis, TUIR, ci si possa riferire ad un unico criterio di determinazione della base imponibile, fondato sulla retribuzione convenzionale e, ciò a prescindere dal paese di destinazione del lavoratore. La decisione perviene alle medesime conclusioni di un precedente del 2016, condividendone, soltanto in parte, le motivazioni. Essa, tuttavia, lascia ancora aperta la questione dell’applicabilità generalizzata della retribuzione convenzionale per la determinazione della base imponibile previdenziale in caso di assegnazione temporanea all’estero del lavoratore.

PAROLE CHIAVE: redditi di lavoro dipendente - attività lavorativa svolta all - retribuzione convenzionale - disciplina del TUIR - valenza esclusivamente fiscale

An exception to the harmonization of the tax and social security bases: the controversial adoption of the conventional salary to determine social security contributions in all cases of worker mobility abroad

The Italian Supreme Court returns to the issue of applicability of conventional remuneration provided by art. 4, par. 1, D.Lgs. 31 July 1987, no. 317, in all cases of worker mobility abroad. The dispute concerns a case of temporary assignment of the worker abroad in an EU Member State, France. As in previous cases, the Court excludes that, in the case of foreign mobility of the worker, in social security matters as well as in tax matters, the recurrence of the requirements currently envisaged by art. 51, par. 8 bis, Income Tax Consolidated Act, allows to refer to a single criterion for determining the tax base, based on conventional remuneration and, regardless of the country of destination of the worker. The decision reaches the same conclusions of a precedent of 2016, sharing its arguments only partially. Nevertheless, it still leaves open the issue of general applicability of the conventional salary for determining the social security tax base in case of temporary assignment abroad of the worker.

Keywords: employment income, activity carried out abroad, conventional salary, Income Tax Consolidated Act, exclusive tax relevance

Cass., sez. lav., 30 maggio 2018 (28 febbraio 2018), n. 13674

Redditi di lavoro dipendente – Lavoro all’estero – Art. 48 (51) comma 8 bis T.U.I.R. – Valenza esclusivamente fiscale

In tema di lavoro all’estero il criterio di determinazione della base imponibile previsto dal comma 8 bis dell’art. 48 (oggi 51) del TUIR n. 917/1986 ha valenza esclusivamente fiscale. Pertanto la base imponibile previdenziale si determina secondo la retribuzione convenzionale prevista dall’art. 4, comma 1, D.L. 31 luglio 1987, n. 317, conv. con modificazioni dalla L. 3 ottobre 1987, n. 398, cui la norma tributaria rinvia, nel solo caso di dislocazione all’estero del lavoratore in un paese estraneo all’Unione Europea e con il quale l’Italia non abbia concluso un accordo internazionale in materia di sicurezza sociale.

 

FATTI DI CAUSA

La Corte d’Appello di Torino, con sentenza n. 1055/2012, rigettava l’appello proposto dall’Inps avverso la sentenza che aveva accolto l’opposizione svolta da COMAU S.p.A. avverso la cartella esattoriale dell’importo complessivo di Euro 425.798,03, avente ad oggetto il recupero dei contributi previdenziali dovuti in relazione alle posizioni dei dipendenti per attività svolte in (Omissis) nel periodo compreso tra luglio 2006 e dicembre 2008, con contribuzione versata in riferimento alla cosiddetta contribuzione convenzionale.

La Corte d’Appello, a fondamento della sentenza, richiamata la motivazione di una propria precedente decisione, sosteneva che nella fattispecie dovesse essere applicato il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 51, comma 8 bis – introdotto nel corpo della norma con la L. n. 342 del 2000, art. 36 – il quale, nel prevedere che il reddito di lavoro dipendente prestato all’estero in via continuativa per un periodo superiore a 183 giorni nel­l’anno, è determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali, si riferiva non solo ai profili fiscali ma anche a quelli contributivi. Ciò in quanto già nel 2000 aveva avuto attuazione la completa equiparazione della definizione di reddito da lavoro dipendente ai fini fiscali e previdenziali, talché se il legislatore avesse voluto applicare il comma 8 bis ai soli fini fiscali non lo avrebbe inserito nell’art. 51 del TUIR oppure lo avrebbe diversamente ed espressamente limitato. Ed inoltre perché la stessa disposizione stabiliva espressamente la deroga alle disposizioni dei commi da 1 a 8, onde soltanto ad essa si doveva far riferimento per la determinazione del reddito a fini contributivi.

Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso l’Inps con tre motivi di impugnazione. Comau spa ha resistito con controricorso, illustrato da memoria ex art. 384 c.p.c.

 

DIRITTO

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo l’Inps lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 11 disp. gen.; del D.P.R. n. 797 del 1955, artt. 27 e 28, nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, comma 1; del D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, art. 1convertito con modificazioni dalla L. 7 dicembre 1989, n. 389; dell’art. 15 della Convenzione Europea di sicurezza sociale del 14 dicembre 1972; ciò in quanto nel caso di specie occorreva applicare la legislazione previdenziale italiana avendo il legislatore pattizio posto in essere una regola che neutralizzava la circostanza di fatto del lavoro svolto all’estero in (Omissis) (paese con il quale i rapporti previdenziali erano regolati dalla citata convenzione); la Comau avrebbe dovuto quindi pagare la contribuzione previdenziale in favore dei lavoratori distaccati utilizzando le regole generale di diritto interno in tema di retribuzione virtuale ed imponibile previdenziale in base al D.L. n. 338 del 1989, art. 1 convertito dalla L. n. 389 del 1989 e non in base alla disciplina del citato comma 8 bis, introdotto dalla L. n. 311 del 2000.

1.2. – Col secondo motivo l’Inps deduce violazione falsa applicazione del D.P.R. 30 maggio 1955, n. 797, artt. 27 e 28, nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, comma 1; del D.L. n. 338 del 1989, art. 1 convertito dalla L. n. 389 del 1989; dell’art. 15 della Convenzione di sicurezza sociale del 15 dicembre 1972; del D.L. n. 317 del 1987, art. 4 convertito dalla L. n. 398 del 1987; nonché in connessione con le citate disposizioni degli artt. 49 e 51 del TUIR e della L. 21 novembre 2000, n. 342, art. 36, comma 1, atteso che la soluzione accolta dalla sentenza era da ritenersi erronea in quanto riteneva che la fattispecie disciplinata dal citato comma 8 bis fosse quella del distacco, mentre all’opposto la stessa fattispecie era strutturalmente diversa da quella del distacco regolata dall’articolo 30 del decreto legislativo numero 276 del 2003; inoltre essa era pure erronea laddove riteneva che il citato comma 8 bis dell’art. 51 fosse da riferire sia all’ambito fiscale sia all’ambito previdenziale.

2. – I motivi, i quali possono esaminarsi unitariamente per la connessione che li correla, devono ritenersi fondati nei limiti delle seguenti osservazioni le quali richiamano l’orientamento assunto da codesta Corte sulla medesima fattispecie con la pronuncia n. 17646/2016 (richiamata anche in Cass. n. 24032/2017) che questo collegio intende mantenere fermo e consolidare.

2.1. – Va infatti osservato che con la L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma 19, il Governo è stato delegato ad emanare uno o più decreti legislativi volti ad armonizzare, razionalizzare e semplificare le disposizioni fiscali e previdenziali concernenti i redditi di lavoro dipendente e i relativi adempimenti da parte dei datori di lavoro, secondo i seguenti principi e criteri direttivi:

“a) revisione della definizione di reddito di lavoro dipendente ai fini fiscali e previdenziali, per prevederne la completa equiparazione, ove possibile;

b) revisione, razionalizzazione e armonizzazione, ai fini fiscali e previdenziali, delle ipotesi di esclusione dal reddito di lavoro dipendente;

c) revisione e armonizzazione del criterio di imputazione del reddito di lavoro dipen­dente, tenendo conto per quanto riguarda i compensi in natura del loro valore normale, ai fini fiscali e previdenziali e consentendo la contestuale effettuazione della ritenuta fisca­le e della trattenuta contributiva;

d) semplificazione, armonizzazione e, ove possibile, unificazione degli adempimenti, dei termini e delle certificazioni dei datori di lavoro;

e) armonizzazione dei rispettivi sistemi sanzionatori”.

Il D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, in esecuzione della delega, ha quindi disciplinato la determinazione del reddito da lavoro dipendente a fini contributivi, prevedendo la sostituzione del D.L. 1 agosto 1945, n. 692, artt. 1 e 2, recepiti negli artt. 27 e 28 del T.U. delle norme sugli assegni familiari, approvato con D.P.R. 30 maggio 1955, n. 797, e dell’art. 29 del T.U. n. 1124 del 1965 sulle disposizioni contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, come sostituiti dalla L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 12, e successive modificazioni e integrazioni, con il seguente:

“Costituiscono redditi di lavoro dipendente ai fini contributivi quelli di cui all’art. 46, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, maturati nel periodo di riferimento. Per il calcolo dei contributi di previdenza e assistenza sociale si applicano le disposizioni contenute nell’art. 48 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, salvo quanto specificato nei seguenti commi (Omissis)”. Lo stesso art. 6 al comma 8 ha poi aggiunto: “Sono confermate le disposizioni in materia di retribuzione imponibile di cui al D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, art. 1, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 dicembre 1989, n. 389, e successive modificazioni e integrazioni, nonché ogni altra disposizione in materia di retribuzione minima o massima imponibile, quelle in materia di retribuzioni convenzionali previste per determinate categorie di lavoratori e quelle in materia di retribuzioni imponibili non rientranti tra i redditi di cui all’art. 46 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917”.

2.2. – La questione qui in scrutinio attiene all’ambito di applicazione del comma 8 bis dell’art. 48 del TUIR D.P.R. n. 917 del 1986 (poi divenuto 51 per effetto del D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344), introdotto dalla L. 21 novembre 2000, n. 342, art. 36, comma 1, recante “Misure in materia fiscale”, che dispone:

“In deroga alle disposizioni dei commi da 1 a 8, il reddito di lavoro dipendente, prestato all’estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto da dipendenti che nel­l’arco di dodici mesi soggiornano nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni, è determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali definite annualmente con il decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale di cui al D.L. 31 luglio 1987, n. 317, art. 4, comma 1, convertito, con modificazioni, dalla L. 3 ottobre 1987, n. 398”.

3. – Occorre in primo luogo rilevare che la delimitazione dell’oggetto della delega effettuata dalla L. n. 662 del 1996, in base alla quale l’equiparazione della definizione di reddito di lavoro dipendente ai fini fiscali e previdenziali doveva essere operata “ove possibile”, non è tale da determinare la natura recettizia del rinvio alle richiamate disposizioni del TUIR a fini previdenziali, occorrendo esaminare la compatibilità con il sistema previdenziale delle modifiche di volta in volta introdotte ai fini fiscali.

3.1. – Nel caso in esame, la compatibilità del comma 8 bis in scrutinio con il sistema previdenziale dev’essere esclusa, per una serie di concomitanti ragioni.

3.2. – Tale comma, aggiunto all’art. 48 del TUIR (poi 51) a tre anni di distanza dal­l’esercizio della delega finalizzata ad avvicinare gli imponibili a fini fiscali e previdenziali, è stato dettato con esplicito riferimento alla materia fiscale. Il discrimine temporale dei 183 giorni che introduce, infatti, trova ed esaurisce la sua ragion d’essere nel campo fiscale, in quanto è legato al concetto di “residenza fiscale” delle persone fisiche ai sensi dell’art. 2, comma 2 del TUIR, mentre perde ogni significato se trasportato nel campo previdenziale. Qui infatti il concetto di “residenza” non rileva, sicché si determinerebbe una disparità di trattamento, ingiustificata ai fini previdenziali, tra i lavoratori assoggettati al regime previdenziale italiano che soggiornano all’estero per periodi inferiori o superiori a quello indicato.

3.3. – Inoltre, ritenere la disposizione operante ai fini previdenziali determinerebbe un’ingiustificata compressione delle entrate pubbliche, a detrimento anche della posizione previdenziale del lavoratore.

3.4. – Infine, il comma 8 bis dell’art. 48 (51) del TUIR qui in scrutinio, al fine di individuare la retribuzione imponibile, fa riferimento ai decreti ministeriali previsti dal D.L. n. 317 del 1987, art. 4. Esso però non mette in discussione l’impianto complessivo del si­stema in cui tali decreti ministeriali si inseriscono ai fini previdenziale. In materia previdenziale, infatti, a seguito della sentenza della Corte costituzionale del 30 dicembre 1985, n. 369 e al fine di tutelare il lavoratore italiano inviato all’estero in Paesi con i quali l’Italia non abbia stipulato una convenzione di sicurezza sociale, detto D.L. 31 luglio 1987, n. 317, conv., con modificazioni, dalla L. 3 ottobre 1987, n. 398, ne ha previsto l’obbligo di iscrizione ad una serie di assicurazioni (art. 1, comma 1) utilizzando, come base imponibile per il calcolo dei contributi, le retribuzioni convenzionali fissate con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro del tesoro (e con quello delle finanze, come aggiunto dalla L. n. 342 del 2000, art. 36, comma 2), (art. 4). Corrispettivo di tale previsione è la commisurazione delle prestazioni economiche relative alle assicurazioni di cui all’art. 1, comma 1, lett. a), b), d), e) ed f) alla retribuzione convenzionale imponibile di cui all’art. 4 (art. 3, comma 2).

3.5. – Nei casi in cui invece vi siano accordi che consentano il mantenimento della copertura assicurativa in Italia, in deroga al principio del criterio della territorialità, i datori di lavoro, che continueranno a versare i contributi previdenziali in Italia, devono assumere come parametro per la determinazione della base imponibile le retribuzioni effettive corrisposte ai lavoratori all’estero, cui sono correlativamente commisurate, nelle forme e nei modi previsti, le prestazioni dovute.

4. – Nel caso che ci occupa, occorre specificare che le prestazioni lavorative di cui si tratta sono state rese in (Omissis), con la quale i rapporti previdenziali sono disciplinati dalla convenzione di sicurezza sociale sottoscritta a Parigi il 14 dicembre 1972 (ratificata dall’Italia l’11 gennaio 1990 ed entrata in vigore il 12 aprile 1990), in virtù della quale il lavoratore italiano occupato in quel Paese da parte di un’impresa italiana rimane assoggettato alla legislazione del nostro Stato.

5. – L’applicazione, in virtù dell’accordo, della copertura previdenziale predisposta dalla normativa nazionale, priverebbe dunque di ragionevole giustificazione una previsione in tema di determinazione dell’imponibile previdenziale quale quella contenuta nel comma 8 bis dell’art. 48 (51) del TUIR.

Deve quindi concludersi che il comma 8 bis dell’art. 48 del TUIR (divenuto art. 51 per effetto del D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344), opera esclusivamente a fini fiscali, e non incide sulla determinazione della base imponibile a fini contributivi per i lavoratori italiani che lavorano all’estero.

6. – Tale conclusione, e le argomentazioni sulla quale essa si fonda, resistono alle critiche sollevate dalla parte ricorrente nella memoria ex art. 384 c.p.c. le quali muovono dalla tesi dell’assoluta parificazione della nozione di retribuzione imponibile a fini fiscali ed a fini previdenziali ex L. 23 dicembre 1996, n. 662 e art. 51 TUIR, che risulta invece, anzitutto, smentita dalla stessa legge delega cit. la quale, come già detto, prevede che “la completa equiparazione” debba essere realizzata solo “ove possibile”; imponendo quindi un giudizio di compatibilità di cui l’interprete, e prima ancora lo stesso legislatore delegato, devono farsi carico.

7. – Si sostiene poi che il legislatore abbia dettato una esplicita regolamentazione della questione previdenziale ed abbia voluto parificare (al ribasso) la condizione previdenziale dei lavoratori italiani all’estero dettando una disciplina uniforme, relativamente all’individuazione della base imponibile contributiva, che sarebbe determinata per tutti i lavoratori in relazione alle retribuzioni convenzionali; quale che sia lo Stato estero ove essi prestino il loro lavoro; con l’unica eccezione riguardante il caso in cui il lavoro prestato non superi la soglia di 183 giornate nell’arco di 12 mesi, rispetto al quale la base effettivamente erogata.

Tale interpretazione si pone però in contrasto con la stessa ratio protettiva discendente dalla pronuncia della Corte Costituzionale 369/85 la quale ha affermato che ai lavoratori italiani operanti all’estero alle dipendenze di imprese italiane, in Paesi extracomunitari con i quali non sono in vigore accordi di sicurezza sociale che consentissero la deroga al principio di territorialità, andasse comunque garantita una tutela previdenziale che il legislatore era abilitato ad individuare (e che è stata poi dettata dal D.L. n. 317 del 1987, art. 4 conv. in L. n. 398 del 1987, con l’individuazione di un imponibile convenzionale). Ma ciò, deve essere aggiunto, senza penalizzare la tutela previdenziale discendente dai principi generali, per i lavoratori italiani operanti in Paesi con i quali esistono accordi internazionali in materia di assicurazione sociale.

7.1. – Ed invero, mentre il versamento di contributi previdenziali commisurati su retribuzioni convenzionali, può ritenersi giustificato alla luce del principio di territorialità degli istituti di sicurezza sociale che non consente il pieno dispiegarsi della relativa normativa (come si evince proprio dalla sentenza cit. della Corte Costituzionale). In caso di lavoro in Paesi extracomunitari con i quali esiste una convenzione in materia di sicurezza sociale – che rimuova l’ostacolo del principio di territorialità e consenta la piena applicazione della regolamentazione previdenziale interna – una eventuale deroga al canone della normale determinazione della base imponibile contributiva solleva profili di irragionevolezza ed anche di diretto contrasto con il principio stabilito dall’art. 35 Cost. secondo cui la Repubblica tutela il lavoro italiano all’estero.

8. – Per contro, alcun fondato dubbio di costituzionalità può sollevarsi nei confronti della normativa indicata, nella interpretazione qui accolta, ove si pensi che si discute di lavoratori dipendenti da imprese italiane che lavorano nel nostro Paese o il cui rapporto è sorto in Italia e che inviati ad operare nel territorio di altri Stati continuano a fruire della regolamentazione relativa alla retribuzione imponibile che devono ricevere nel nostro Paese in virtù degli accordi di sicurezza sociale emessi allo scopo ovvero in base all’art. 14 del Regolamento CEE (che detta analoghi principi).

9. – Neppure è possibile ipotizzare che la suddetta norma – prevedendo il pagamento dei contributi sulla normale base imponibile per periodi fino a 183 giorni – abbia come fine di disincentivare l’invio all’estero del lavoratore per brevi periodi; che risulterebbe invece una finalità estemporanea, non coerente con quella cui deve essere improntata la protezione previdenziale dei lavoratori; e che comunque non giustificherebbe il trattamento deteriore riservato a chi opera all’estero per un periodo di tempo più ampio, percependo maggiori retribuzioni.

10. – Né la diversità di regolamentazione che la tesi qui accolta ritiene esistente tra lavoratori operanti in Paesi con i quali esistono oppure non esistono i predetti accordi può porre problemi di costituzionalità sotto il profilo della disparità di trattamento, in considerazione delle oggettive differenze esistenti fra le medesime situazioni all’interno del­l’ordinamento.

11. – Anche la dimensione finanziaria della questione appare argomentazione di rilievo e spendibile ai fini del giudizio, essendo altresì giustificata in relazione al tenore della L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 20 il quale prevede che l’attuazione della delega deve assicurare l’assenza di oneri aggiuntivi o di minori entrate per il bilancio dello Stato per l’anno 1997, nonché maggiori entrate nette pari a lire 200 miliardi per ciascuno degli anni 1998 e 1999. Talché non è possibile ipotizzare che la stessa normativa possa pure giustificare la successiva introduzione di un meccanismo di computo della retribuzione imponibile previdenziale che peggiora il saldo delle entrate con riferimento alla posizione dei lavoratori italiani che lavorano in Paesi con i quali esiste una regolamentazione dei rapporti di lavoro basata sulla deroga al principio di territorialità.

12. – Infine, non appaiono rilevanti i riferimenti ai lavori preparatori o ad alcune note emanate dal Direttore Centrale dell’INPS, né tantomeno rivestono valore risolutivo ai fini della complessa questione interpretativa in discussione.

13. – Per le ragioni esposte il ricorso va quindi accolto. La sentenza deve essere cassata e non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa deve essere decisa nel merito con il rigetto dell’opposizione alla cartella esattoriale proposta da Comau SPA.

14. – Le spese dell’intero processo possono essere compensate considerata la complessità della questione affrontata ed il formarsi dell’orientamento qui accolto solo in data successiva alla proposizione del ricorso. In conseguenza dell’accoglimento del ricorso non sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ul­teriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta l’opposizione alla cartella esattoriale proposta da Comau SPA. Compensa le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 28 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2018


Commento

Sommario:

1. Introduzione - 2. Sulla posizione della prassi - 3. Sulla posizione della giurisprudenza di merito e di legittimità - 4. Le argomentazioni della Corte di Cassazione nella decisione n. 13674/2018 in commento - 5. Le criticità della sent. n. 13674/2018 - 6. Spunti conclusivi - NOTE


1. Introduzione

L’art. 4, comma 1, D.L. 31 luglio 1987, n. 317 [1], conv. nella L. 3 ottobre 1987, n. 398 [2], emanato in esito alla pronuncia di incostituzionalità del 30 dicembre 1985 [3], n. 369, stabilisce che per i lavoratori distaccati o trasferiti all’estero in paesi con i quali l’Italia non ha stipulato una convenzione internazionale in materia di sicurezza sociale, i contributi dovuti devono essere calcolati non sulla base della retribuzione effettiva ma, bensì, di quella convenzionale. Quest’ultima consiste in una rimunerazione media e omnicomprensiva [4], il cui ammontare è definito annualmente e per singole categorie lavorative da un decreto del Ministro del Lavoro emanato di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze [5], con riferimento e comunque in misura non inferiore a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali di categoria raggruppati per settori omogenei [6]. Tale base di [continua ..]

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2. Sulla posizione della prassi

Sulla questione, subito dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina del reddito di lavoro dipendente prestato all’estero, contenuta nell’allora vigente art. 48, comma 8 bis, TUIR, si sono espressi sia l’allora Ministero del Lavoro sia l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Tanto l’Ente previdenziale quanto il Ministero hanno ritenuto di escludere dal­l’applicazione del criterio con­tenuto nell’art. 4, comma 1, D.L n. 317/1987, i lavoratori dislocati temporaneamente in paesi convenzionati. In particolare il Ministero del Lavoro-Direzione Generale della Previdenza ed As­sistenza Sociale, Div. II con nota prot. 19 gennaio 2001, n. 10291/P6Ii158, all’esito di una conferenza di servizi concludeva che le disposizioni contenute nell’«... art. 48, co. 8 bis, del TUIR, approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, introdotte dall’art. 36 della L. 21 novembre n. 342 del 2000, [continua ..]

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3. Sulla posizione della giurisprudenza di merito e di legittimità

Un differente e contrastante orientamento interpretativo è stato espresso da alcuni giudici di merito i quali fondano, infatti, le loro decisioni sul convincimento che l’art. 51, comma 8 bis, TUIR esplichi i propri effetti sia in materia fiscale che in quella previdenziale. In particolare la Corte d’Appello di Torino [24], in una sentenza del 2010, ha ritenuto applicabile, in virtù dell’avvenuta unificazione, il regime fiscale di determinazione della base imponibile, previsto dall’art. 51, comma 8 bis, TUIR anche per l’individua­zione dell’imponibile previdenziale e ciò a prescindere dal paese di destinazione del lavoratore. A giudizio del giudice di merito poiché all’interno dell’«art. 51, comma 8 bis è espressamente statuito in deroga alle disposizioni dei commi da 1 ad 8» è soltanto ad esso «che si dovrà fare riferimento [continua ..]

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4. Le argomentazioni della Corte di Cassazione nella decisione n. 13674/2018 in commento

La controversia di cui si occupa la decisione n. 13674/2018, a differenza di quella oggetto della sent. n. 17646/2016, concerne un caso di assegnazione temporanea del lavoratore all’estero in un paese membro dell’Unione Europea, la Francia [25]. Così come nei precedenti interventi la Corte di legittimità esclude che, in caso di mobilità estera del lavoratore, a differenza di quanto previsto in materia fiscale [26], anche in quella previdenziale si possa adottare un unico criterio di determinazione della base imponibile fondato sulla retribuzione convenzionale, prescindendo dunque dal paese di destinazione del lavoratore. Varie sono le motivazioni sulle quali la Corte fonda le proprie conclusioni, tuttavia, rispetto alla decisione del 2016 [27], nessuna di queste appare nuova o sostenuta in maniera più persuasiva: in primis il giudice di legittimità evidenzia che, quanto ai rapporti fra normativa fiscale e [continua ..]

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5. Le criticità della sent. n. 13674/2018

La sent. n. 13674/2018 sebbene più articolata, perviene alle medesime conclusioni della decisione del 2016, condividendone e, soltanto in parte, approfondendone le motivazioni. Essa, dunque, lascia ancora aperta la questione dell’applicabilità generalizzata della retribuzione convenzionale per la determinazione della base imponibile previdenziale in caso di assegnazione temporanea all’estero del lavoratore, così come in materia fiscale al ricorrere delle condizioni previste dall’art. 51, comma 8 bis, TUIR. Estensione che sembrerebbe, invece, essere naturale conseguenza di quel processo di armonizzazione fra imponibile fiscale e previdenziale intrapreso nel 1997. Le motivazioni della Corte destano non poche perplessità. Esse, infatti, contraddicono quella ratio di semplificazione, motivo dell’unificazi­ne fra base imponibile fiscale e previdenziale attuata, sebbene non integralmente, dal D.Lgs. n. [continua ..]

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6. Spunti conclusivi

Resta dunque da chiedersi se la salvaguardia della tutela del lavoratore, da un lato [49], e la compressione del gettito “previdenziale” [50], dall’altro, invocati dalla Corte di legittimità a sostegno della propria posizione, siano fra quegli inderogabili principi di carattere giuridico generale o politico sociale che la Commissione Parlamentare richia­ma e che, nel caso di prestazione svolta temporaneamente all’estero, ostano alla unificazione delle basi imponibili. Ciò perché tanto la L. n. 662/1996 quanto il D.Lgs. n. 314/1997 non recano indicazioni in proposito e, in particolare, poiché la prima fa generico riferimento a non ben definite eccezioni le quali, in aggiunta a quelle invece specificamente indicate dal legislatore, si frapporrebbero ad una piena unificazione [51]. In assenza di puntuali chiarimenti positivi circa i parametri cui riferirsi, se non in generale all’eterogeneità dei fini [continua ..]

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