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L'assegno divorzile tra reddito e patrimonio

Giuseppe Marini

Il presente lavoro analizza una recente decisione della Corte di Cassazione relativa ai profili fiscali dell’assegno divorzile. In base all’art. 5, L. n. 898/1970, il Tribunale può ordinare ad un coniuge di pagare un assegno periodico (c.d. assegno di mantenimento) in favore dell’altro. Siffatto assegno divorzile è fiscalmente deducibile per il coniuge erogante, in base all’art. 10, comma 1, lett. c), D.P.R. n. 917/1986; dall’altro lato, il coniuge ricevente deve dichiarare detti pagamenti come reddito ai sensi dell’art. 50, D.P.R. n. 917/1986. Invece dell’assegno di mantenimento, in base all’art. 5, comma 8, L. n. 898/1970 è possibile che la corresponsione avvenga in un’unica soluzione in favore del coniuge che ha necessità di ricevere tale supporto. Detta corresponsione unica non è fiscalmente deducibile. La Corte rileva che queste disposizioni sono in linea con la differenza concettuale che intercorre tra “reddito” e “capitale”.

PAROLE CHIAVE: assegno divorzile - reddito - deducibilitÓ - indeducibilitÓ

The divorce check between income and capital

The present paper analyzes a recent decision of the Italian Supreme Court concerning the issue of spousal support taxation. Pursuant to art. 5, par. 6, Law n. 898/1970, the Tribunal may order to one of the spouses a periodical payment in favour of the other (“alimony”). Such divorce check is tax deductible for the paying spouse, pursuant to art. 10, par. 1, lett. c), Presidential Decree n. 917/1986; on the other hand, the recipient spouse must report those payments as income according to art. 50 of Presidential Decree n. 917/1986. Instead of periodic payments, art. 5, par. 8, Law n. 898/1970 gives the possibility to make a unique lump sum payment to the spouse entitled to receive support. Such a one-off payment is not tax deductible. The Court considers that these provisions are consistent with the conceptual difference between “income” and “capital”.

1. La disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio

La L. 1° dicembre 1970, n. 898 recante “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio” prevede all’art. 5, comma 6, che, congiuntamente alla sentenza con cui viene pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto di talune circostanze in tale articolo specificate (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla condizione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio), disponga l’obbligo per un coniuge di «somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

In alternativa a tale assegno che può definirsi “periodico”, il comma 8 dello stesso art. 5 stabilisce che su accordo delle parti la corresponsione possa avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale, precludendo in tale caso la proposizione di qualsiasi successiva domanda di contenuto economico.

2. Trattamento tributario dei due assegni e dubbi di costituzionalità

Il trattamento tributario dell’“assegno periodico” è diverso da quello relativo all’assegno una tantum, essendo previsto espressamente solo per il primo che esso rappresenti per il coniuge erogante un onere deducibile ex art. 10, comma 1, lett. c), D.P.R. n. 917/1986 e corrispondentemente per l’accipiens un reddito di lavoro dipendente ex art. 50, comma 1, lett. i), D.P.R. cit. [1].

L’interrogativo che pone una disciplina siffatta riguarda la sua legittimità costituzionale sotto l’aspetto della violazione sia del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. che di quello di capacità contributiva enunciato dall’art. 53 Cost. [2].

Riguardo al primo parametro, è stato detto e ripetuto che limitare la deducibilità, dal reddito complessivo IRPEF dell’erogante, soltanto agli assegni periodici verrebbe a comportare una discriminazione tra contribuenti che assolvono, pur se con modalità diverse (periodicamente o una sola volta), lo stesso obbligo derivante dall’art. 5 della legge citata [3].

Mentre il principio di capacità contributiva sarebbe violato dal fatto che l’indeducibilità, in capo al solvens, dell’assegno una tantum avrebbe l’effetto di sottoporre a tassazione un reddito lordo e non già quello al netto del costo rappresentato dall’assegno con la conseguenza che in tal modo si verrebbe a tassare un reddito non effettivo [4].

3. Infondatezza dei dubbi di costituzionalità conseguente alla diversa natura dei due assegni

Ora, non a caso si può parlare, con l’ordinanza in commento, di diritto vivente in relazione a quello diretto ad affermare, dopo un iniziale contrasto di giurisprudenza, la deducibilità al coniuge divorziato soltanto delle corresponsioni periodiche con esclusione di quelle effettuate in unica soluzione [5].

La presenza di un diritto vivente [6] rende infatti definitivamente superata la contraria giurisprudenza teorica e pratica [7].

Giurisprudenza, sia detto incidentalmente, che omette di considerare l’es­senziale diversità tra reddito e patrimonio [8]: il primo caratterizzato, diversamente dal secondo, dal rilievo che in esso assume l’elemento del tempo. Il patrimonio, è stato efficacemente detto, è una realtà statica, il reddito invece è un fenomeno dinamico e cioè un flusso destinato a mutare a seconda del tempo che si prende in considerazione [9].

Conclusivamente si può dire che mentre il reddito è un flusso di ricchezza segnato dal decorso del tempo, il patrimonio è espressivo della ricchezza di un soggetto in un dato momento.

Da qui, come si è detto, il carattere dinamico del reddito rispetto a quello statico del patrimonio.

Ne consegue la diversità dell’assegno c.d. periodico rispetto a quello in unica soluzione [10] e la legittimità di una disciplina differente per i due assegni senza ricorrere al comodo, forse troppo comodo, rifugio della discrezionalità del legislatore che non può essere intesa nel senso di fare ciò che al legislatore più aggrada.

Da ultimo, una valutazione positiva va riservata alla concisione dell’ordi­nanza in commento che è uno dei modi, e non certo l’ultimo, con cui si realizza il principio costituzionale, costantemente invocato e, duole dirlo, costantemente disatteso, della ragionevole durata del processo. E se mi è consentito aggiungere un modo che si traduce in una esortazione al giudice di giudicare senza fare sfoggio, il più delle volte a tempo perso, di cultura giuridica.

Note

[1] Cfr. sul tema per una recente e dettagliata ricostruzione sistematica: TURCHI, La famiglia nell’ordinamento tributario. Tra favore e limiti del sistema, Torino, 2015, p. 243 ma spec. pp. 259 ss. e 271 ss.; inoltre, tra i tanti, senza pretesa di completezza: FALSITTA, Principio di uguaglianza e rifiuto di tutela del diritto al giusto riparto (a proposito dell’arbitrario doppio regime fiscale dell’assegno divorzile, in ID., Giustizia tributaria e tirannia fiscale, Milano, 2008, p. 275 ss.; GIOVANNINI, La rilevanza dei rapporti familiari nelle imposte sui redditi, in AA.VV., Il nuovo diritto di famiglia, Milano, 2015, p. 387 ss.; TARIGO, Profili tributari della separazione e del divorzio, in Riv. dir. trib., 2002, I, p. 263 ma spec. p. 281 ss.; VANZ, Trattamento, ai fini dell’imposizione diretta, dell’assegno una tantum corrisposto al coniuge divorziato, in Rass. trib., 1996, p. 1371 ss.; PEVERINI, Considerazioni in tema di legittimità costituzionale del doppio regime dell’assegno divorzile, in Rasstrib., 2009, p. 1055 ss.

[2] Per una sintesi delle varie censure, ed in particolare riguardo a questi due parametri costituzionali: cfr. ancora TURCHI, opcit., p. 255 ss.; PEVERINI, opcit., p. 1058 ss.

[3] Su questi aspetti della violazione del principio di uguaglianza v. FALSITTA, Principio di uguaglianza, cit., p. 282 ss.; VANZ, opcit., p. 1379; PEVERINI, opcit., p. 1065 ss.

[4] Su questo profilo ed altri ad esso connessi v. FALSITTA, Principio di uguaglianza, cit., p. 276 ss.

[5] La giurisprudenza più autorevole ha sempre sostenuto l’indeducibilità (e relativa intassabilità) dell’assegno divorzile erogato una tantum: cfr. Corte cost., 6 dicembre 2001, n. 383; Corte cost., 29 marzo 2007, n. 113; Cass., 12 ottobre 1999, n. 11437; Cass., 22 novembre 2002, n. 16462; Cass., 6 novembre 2006, n. 23659; Cass., 8 maggio 2015, n. 9336.

[6] Ed è sufficiente citare in proposito l’ordinanza della Sezione filtro della Corte di Cassazione del 28 giugno 2012, n. 11022 che configura il principio in termini di ius receptum e la conforme decisione di cui all’ordinanza in commento.

[7] L’aspetto centrale dell’intera problematica si incentra nel dover stabilire se assegno periodico ed assegno una tantum abbiano quella identità di natura che verrebbe a legittimare l’identità di trattamento fiscale. E nonostante una autorevole opinione contraria (Falsitta), tale identità (dei due assegni) deve essere esclusa. Questo punto è sostanzialmente pacifico nella dottrina civilistica: cfr. QUADRI, Divorzio nel diritto civile e internazionale, in Dig. disc. priv., sez. civ., 1990, p. 537, spec. p. 541; GIACOBBE-VIRGADAMO, Il matrimonio. Separazione personale e divorzio, in Trattato di diritto civile, diretto da Sacco, II, Torino, 2011, p. 72 ma spec. p. 78 ss.; BIANCA, La famigliaDiritto civile, 2.1, Milano, 2014, p. 307 ss. Del resto tanto la Corte di Cassazione quanto la Corte costituzionale si sono orientate a ritenere che la deducibilità dell’assegno al coniuge divorziato è accordata soltanto alle corresponsioni periodiche e non già a quelle effettuate in unica soluzione proprio in forza della sostanziale differenza che intercorre tra l’assegno erogato una tantum e quello periodico.

[8] Si veda Corte cost., 6 dicembre 2001, n. 383 ove l’Avvocatura sosteneva, nel difendere la legittimità costituzionale della disciplina tributaria della indeducibilità dell’assegno erogato una tantum, che la «corresponsione dell’importo in unica soluzione realizzerebbe una attribuzione patrimoniale cui non potrebbe essere riconosciuta la natura di reddito»; nello stesso senso poi si veda Cass., 12 ottobre 1999, n. 11437 che afferma come «all’oggetto della liquidazione si addice maggiormente la qualificazione dell’attribuzione patrimoniale una tantum piuttosto che quella di reddito»; v. anche Cass., 22 novembre 2002, n. 16462; Corte cost., 29 marzo 2007, n. 383; in dottrina anche VANZ, opcit., pp. 1381 e 1382. Contra proprio su questo aspetto FALSITTA, Principio di uguaglianza, cit., p. 279 che sostiene che con questo argomento «l’Avvocatura erariale individua il nodo della questione ma sbaglia risposta».

[9] Così TESAURO, Istituzioni di diritto tributario, parte speciale, Milano, 2012, p. 11; altresì MARELLO, Contributo allo studio delle imposte sul patrimonio, Milano, 2006, p. 8 ss.; inoltre MAFFEZZONI, Profili di una teoria generale dell’imposta, Milano, 1969, p. 28 ss. che identifica il patrimonio in un «fondo di ricchezza a disposizione di un dato soggetto in un dato momento» e MARINI, Contributo allo studio dell’imposta comunale sugli immobili, Milano, 2000, p. 124 ss.

[10] La natura dell’assegno una tantum non può venir meno a seguito di una sua rateizzazione (che tra l’altro potrebbe porre, sul piano civilistico, dei dubbi di legittimità in quanto la rateizzazione lascerebbe pendente una situazione che proprio la tipologia di assegno dovrebbe rendere definitiva): il punto è approfondito da GIACOBBE-VIRGADAMO, opcit., p. 79 e nota 119.


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